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lunedì 2 febbraio 2015

Sta indipendenza ha rotto le palle

Io, la pesante bandiera dell'indipendenza, la sventolo sempre. Con orgoglio.
E non la tiro fuori solo in sporadiche occasioni. 
La mia bandiera riposa in camera da letto, tra i preservativi e i numeri arretrati di Vanity Fair. 
Lì, a ricordarmi che devo pensare io alla protezione del mio utero, ma posso mantenere quell'appeal da femmina media che legge l'oroscopo e i consigli per non appannare la routine sessuale con il proprio partner. 
Riposa di notte, la mia bandiera guerriera ed esce di casa con me. 
La sventolo quando guido, quando faccio benzina da sola, quando pago le bollette, quando faccio la spesa, e poi il bucato, stiro, porto fuori i cani, la spazzatura, uccido ragni, appendo quadri, apro i barattoli di marmellata senza chiedere aiuto, vomito senza qualcuno che mi tenga la testa, metto in ordine e trovo pure il tempo di struccarmi e se va bene, fare un pompino (su quest'ultimo punto ho delle riserve). 
Ho lottato e costruito, per ogni cosa. Per ogni diritto. Per ogni compromesso. Per ogni affermazione a testa alta. 















Ho un fidanzato che vive con me per il piacere comune di essere in compagnia dell'altro, di costruire qualcosa di allettante, di scaldarci di notte. 
Eppure però, mi capita di guardarlo, e chiedermi come sia in grado di affrontare tutto questo. 
Una donna emancipata, che ha una casa, delle amiche di cui prendersi cura, degli interessi, una moltitudine di ex piselli occasionali e una carriera che per forza deve decollare. 
Che però chiede attenzioni. 
Che però vorrebbe ancora, dopo 3 anni e rotti, essere corteggiata.
Che però vorrebbe un sacco di cose. Mai in ordine. Mai le stesse. Mai uguali.

Perché diciamocelo. 

Sta bandiera dell'indipendenza che tanto decantiamo, alla lunga rompe un attimo le palle. 
A me e soprattutto alle mie amiche single. 

Perché tutta sta evoluzione, ci ha portate al pericoloso desiderio di volere di più. Di non accontentarci di uno, solo perché ha un pene. 
Certo, è positivo, siamo selettive, pensiamo a noi stesse. Vogliamo uomini che ci tengano testa. Che ci accompagnino, meglio se tenendoci la mano. Che rispettino la nostra libertà e che capiscano al volo quando è ora di restare e quando di andarsene. 
Abbiamo miti moderni che non rappresentano più la sperduta e disperata Arianna che viene salvata da Dioniso. Noi siamo Samantha Jones e scegliamo in totale autonomia chi salvare e con chi passare la notte. 

 Usciamo di casa perché ci va bene così. Non aspettiamo un maschio e un matrimonio per farlo.
Sperimentiamo. Impariamo. Tocchiamo con curiosità. Diventiamo esperte di tutto. Se ci mancano delle mani sul nostro corpo, facciamo una telefonata. Abbiamo i piaceri a portata di smartphone.
E chiediamo agli uomini che incontriamo, di essere supereroi. 
Perché la nostra natura mica è cambiata. 
Vogliamo essere accudite, ma con rispetto dei nostri spazi.
Coccolate, ma non essere soffocate. 
Comprese, senza etichetta. 
Pretendiamo chiarezza, ma il gioco ci fa eccitare da impazzire. 
Vogliamo essere corteggiate, pretendendo di capire all'istante le intenzioni dell'altro. Perché abbiamo poco tempo e tanta scelta.

La verità è che siano consapevoli che alcune emozioni non le proveremo mai. E questo ci dispiace tantissimo.
Non ci abbandoneremo a pianti di felicità, non permetteremo a nessuno di vederci tremare, non ci sentiremo mai libere di esprimere un'emozione forte, per non finire nel calderone delle isteriche in pre-mestruo. Tutte le nostre sensazioni, le rinchiuderemo in quell'angolo di pancia che ogni tanto vibra e puntualmente viene ignorato. 
Dobbiamo essere forti cazzo. 
Ma a che prezzo. 





venerdì 30 gennaio 2015

La Storia di questo blog. La mia storia

Esattamente un anno fa, nella mia vita accadde qualcosa di assolutamente inaspettato.
Stavo facendo uno stage in una bellissima agenzia e sole due settimane prima mi comunicarono che ero stata licenziata.
Le motivazioni erano svariate. E nessuna mi bastò.
Ci rimasi molto male. Non avevo nessun piano B per la mia vita, ed io ho sempre avuto un piano B. Non vedevo prospettive. Non avevo sogni a cui aggrapparmi.
Vivevo fuori casa e improvvisamente le bollette, la spesa, la quotidianità divennero fonte di preoccupazione.
Un anno fa, il 30 gennaio 2014, decisi che era l'ora di sperimentare qualcosa di nuovo.
Con le mie amiche feci una lista di quello che avrei voluto fare, perché se era vero che non avevo idea di che direzione avrebbe preso la mia vita, era ben chiaro che potevo ricominciare da capo.
Ero una tela bianca su cui avrei potuto dipingere qualsiasi cosa. Non proprio bianca.
Un po' grigia, un pò sgualcita, un po' sofferente perché ero costretta a ricominciare per l'ennesima volta un capitolo, con conseguenti cambiamenti di ambiente, città, abitudini, equilibri.
Ho sempre trovato molto affascinante il concetto di chiudere un cerchio per aprirne un altro, ma non a 28 anni. Non in un'età in cui avrei avuto uno struggente bisogno di stabilità, di concretezze, perché c'era il progetto di un mutuo, magari di un figlio, sicuramente di molti viaggi.
Uno ha dei sogni limpidi, cristallini, e poi un giorno si sveglia e non sa cosa deve fare.
Non c'è da scherzare con l'equilibrio.


Non sono mai stata una ragazza piena di talenti.
Ma di certo sono sempre stata mossa da grandissime passioni.
Le storie, sono una di queste. Le storie degli altri, le storie che raccontavo a me stessa, le storie della mia complicata famiglia, le storie d'amore, le storie di guerra e di odio. Ho sempre amato alla follia coloro che condividevano con me un pezzetto della loro esistenza. Tutt'ora sono piena di foto vecchie, di diari sgualciti, di poesie scritte dalle mie nonne. Con avidità mi sono appropriata negli anni, di tutto ciò che serviva per raccontare qualcosa.

Quando avevo circa 4 anni, ogni sera,  la mia mamma si infilava nel mio letto e scriveva su un diario, cosa mi era accaduto all'asilo. Io dettavo e lei, splendida dattilografa, metteva su carta quei pensieri di bambina.
Credo che il mio amore per la narrazione sia nato lì, tra le lenzuola, circondata da quella pazienza magistrale che solo le mamme sanno elargire.
Comunque.
Quel 30 gennaio decisi che avrei fatto una cosa che non avevo mai avuto il coraggio di fare.

All'università, scoprii che mi mancavano 5 crediti per ultimare il mio percorso. Scelsi quindi un esame opzionale, non troppo impegnativo, ma istintivamente molto interessante: Scrittura creativa. 
Stavo per compiere 22 anni e fino a quel momento avevo scritto decine di diari segreti, i primi dotati di lucchetto, gli ultimi salvati su un hard disk. Mai avrei pensato di esserci portata, e tanto meno di poter produrre degli elaborati leggibili.
Il mio professore, che poi fu anche il mio relatore di tesi, mi disse che avevo grazia nell'accostare le parole e che avrei potuto pensare ad una carriera giornalistica. Per me fu come un'esplosione nella testa.
Mi gasai un sacco. Passai notti intere a scrivere e cancellare e scrivere di nuovo. Giravo con una piccola agenda in borsa che all'occorrenza tiravo fuori per descrivere quello che riuscivo a vedere. L'entusiasmo passò quando scoprii quanto guadagna in media un giornalista.
Poi ci fu l'avvento del digital e presi un'altra strada, ma non smisi mai, neanche per un giorno di raccontarmi delle storie.

Quel 30 gennaio 2014, piena di dubbi e di scetticismi, andai su Blogger e scrissi il titolo: Confessioni di una mente cinica, isterica e romantica. 
Il titolo non fu casuale. A 21 anni conobbi un pittore pazzo con cui intrapresi un'audace relazione sessuale e molto amorosa (da parte mia), che finì con me, nuda, che lo rincorrevo per le scale del palazzo in cui vivevo, implorandolo di restare. Quel pomeriggio io e il mio cuore spezzato iniziammo a scrivere un romanzo che parlasse di lui, con il titolo appunto: Confessioni di una mente cinica, isterica e romantica. Il romanzo non fu mai completato, ma proprio perché credo nella continuità delle storie, decisi che il blog si sarebbe chiamato così.

Ed eccomi qua. Dopo un anno. Non pensavo che la mia avventura sarebbe durata più di un mese, un anno è veramente fuori da qualsiasi rosea previsione.
Vi ho raccontato questa storia per ringraziarvi.
Perché il tutto sembrava impossibile, folle, destinato a non portare nulla di buono. E invece siete in tantissimi. Che mi scrivete, mi supportate, mi chiedete di consigli e me ne date tanti, fondamentali, ed è più di quello che avessi mai osato sperare per me stessa.
Quindi grazie amici. Perché oggi ho un lavoro stabile, ma questo percorso lo affronto giornalmente sapendo che c'è qualcuno che ama quello che sto facendo.
Se questa sfida continuerà, sarà solo per merito vostro.
Grazie. Di cuore.
MaryG.


lunedì 19 gennaio 2015

Le trentenni e il romanticismo

Arriva un momento nella vita di una (quasi) trentenne, in cui occorre mettere in ordine.
Ci sono jeans che non mi entreranno mai più, che da anni giacciono in cantina, nello scatolone Per quando dimagrirò. 
Ci sono i correttori della Deborah, che appassiscono nel mio beauty da un decennio, e si vede, perché sono stati studiati per le occhiaie delle ventenni. Le mie hanno una speranza di essere mimetizzate solo con la malta.
Ci sono le mail dei vecchi fidanzati, quelli che giuravano che mi avrebbero amata anche in punto di morte, che per me avrebbero trasformato i deserti in oceani, e che mi mollarono al primo mesiversario per una strappona dell'est.

Arriva l'ora, per una quasi trentenne, di prendere i pezzi malconci del suo passato e buttarli nel cestino.
Perché è bellissimo avere una memoria di sé, per quando si invecchierà, custodire il proprio passato sotto la campana di vetro dell'innocenza, della spensieratezza, quando la vita era vita bella punto e non bella solo a giorni alterni.
Ma è anche giusto, che io smetta di prendermi in giro e capire che no, i jeans taglia 44 neanche dopo una terza guerra mondiale, mi si allacceranno. Me la sono voluta. E ora la pago. Che le occhiaie adesso sono delle puttane maledette che non se ne vanno con una pennellata di cipria sottile, che le lettere di quell'ex non sono bei ricordi, ma ricordi bugiardi.
E ora di mettere ordine, MaryG.
Anche nelle emozioni.
Anche nell'amore.
Credo di essere cresciuta quando ho capito che l'amore, non sono i Ti amo, ma i Resterò. 
Nonostante i caratteri di merda, l'affitto da pagare, la spesa del lunedì, le possibilità che tante mani estranee potrebbero anche piacermi. E' una resa?
No, è la consapevolezza che gli amori alla Romeo e Giulietta sono per donne infelici. Ed io non lo sono.
Metto ordine nelle emozioni quando non mi commuovo più davanti ad Un sei bellissima, amore, ma di fronte ad una colazione a letto. Specie se quel gesto è costato il dover mettere la sveglia alla domenica, seguito da una corsa alla pasticceria più buona della città, con conseguenti sgomitate davanti ai Macarons.
È ora di mettere in cantina quell'idea di romanticismo perfetto da Baci Perugina, perché raramente è supportato da intenzioni concrete. Il romanticismo che vale la pena di essere vissuto, a trent'anni, è quello in cui ti trovi il pigiama sul termosifone. Che ammettiamolo. A prima vista non regge il confronto con una dichiarazione d'amore fatta sotto la pioggia, condita da frasone come Ti giuro che amerò solo te. Ma fotte, a trentanni capisci che sono solo elucubrazioni vuote, che non vogliono dire assolutamente nulla.


Preferisco che il mio uomo, al calduccio del nostro salotto, mi dica Stai seduta, il gelato lo prendo io.
Questo è amore, santoddio. Far felice un'altra persona, mettendo da parte la pigrizia, la stanchezza, e tutti i cazzi del momento.
Ed è difficile dirlo ad alta voce. Confidarsi che crescendo la tua soglia di romanticismo è scesa ad altezza ginocchia.
Confessare, in silenzio, senza che nessuno ti senta, che stai cercando un uomo che voglia proprio te, non una che ti somigli, ma te, con la cellulite e le idee mischiate. E che sia abbastanza intelligente da saperti riconoscere. Perché è il riconoscersi, la parte difficile. 
Raccontarsi che tutto quello che sognavi a vent'anni era la copia di romanzetti Harmony. E che alla fine ti hanno portato solo lacrime e bestemmie.
Accettare che la vita a due sia meravigliosa, proprio perché non si rifà a nessun mito metropolitano sull'amore.
Ammettere che il romanticismo perde pezzi di connotazione dolciastra, per acquisirne altre terribilmente concrete.
E infine capire, che la quotidianità è molto più bella di quanto te l'avessero raccontata.

martedì 9 dicembre 2014

La furia dei trent'anni

Ho aspettato dieci lunghi anni.
Ho aspettato così tanto che ho imparato la pazienza e la perseveranza, aggettivi che a vent'anni mi sembravano più gusti del gelato, che caratteristiche possibili per una mente post adolescente come la mia.
Avevo diciannove anni, in un momento storico in cui tutti potevano essere effettivamente chi volevano e non La veterinaria no, perché a Padova ci sono più veterinari che cani, L'architetto no, perché c'è la crisi, La maestra no, perché i bambini sono diventati concentrati orribili di maleducazione, L'astronauta no, perché ce n'è già una, arrivi tardi bellezza. 
A diciannove anni avevo effettivamente il mondo in mano.
Ero solamente una tela bianca, con qualche sparata di fucsia e viola che non passano mai di moda.
Il fucsia erano i sogni, il viola gli amori irrealizzati, perché io, a diciannove anni, già vantavo un curriculum poco inviabile in Sfiga in amore, venga signora, venga.
Ed invece volevo crescere.


Per capire chi fossi davvero perché tutti mi dicevano che la vera consapevolezza di sé arriva dopo i venticinque anni, che la saggezza a diciannove anni mica la si può vincere insieme alla patente, che gli uomini sono un mondo a parte che si è in grado di decifrare dopo anni e anni di frequentazioni masochistiche.
Insomma, io volevo crescere un casino.
Volevo sbagliare e pagare, perché il concetto del Chi rompe paga e poi sono cazzi suoi, mi è sempre piaciuto tantissimo. Senza avere nessuna idea di che tipo di conto mi avrebbe presentato la vita.
Volevo innamorarmi e mettere su una casetta con grandi specchi e un bel giardino. Non avendo ben chiaro dove e con chi, iniziare questo idillio alla Biancaneve, senza nani.
Volevo costruirmi una carriera, senza nessuna propensione allo studio e con poche passioni e nessun talento.
Perché c'è chi nasce anche così.
Con tanti desideri finiti, ma nessuna idea di come realizzarli.
Sono coloro che sanno bene dove vogliono arrivare, in che villaggio terminare il viaggio, è il tragitto che li frega.
Ecco, per me era così.
Un foglio bianco, con scritto, alla fine, a caratteri cubitale HAPPY ENDING, senza una trama però, solo quell'happy ending che sapeva di bellezza e di fine e di felicità, ma manco un disegno, un progetto, una frase di senso compiuto, nulla.


A vent'anni non era più bello. Per me è bellissimo anche ora.
Ho vissuto storie assurde, ho del materiale psico-amoroso-sessuale con cui scrivere almeno un paio di libri. Ho viaggiato tantissimo e posso dire di essere la persona che avrei tanto voluto essere quando pensavo ancora che la fellatio fosse una teoria filosofica.
Bella vita, Grazie vita.
A vent'anni però, era solo molto più facile.
Quando potevi fare tutto quello che volevi, al massimo giustificavi le minchiate con un Sono giovane, imparerò, sceglievi un paese in cui vivere e andare, partire, mille università pronte per te, pubbliche, private, se eri cazzuta c'erano le borse di studio, altrimenti pagavi e stavi anche zitta, somara.
I vent'anni e il nostro essere possibilisti. 
Sui gusti dei vestiti, sulla musica da ascoltare, sul ragazzo da limonare.
Ora è più complicato.
La società si aspetta una coerenza, perché abbiamo trent'anni, il tempo per sperimentare è finito. Ora dovremmo investire.
Su noi stessi, su un progetto, su un lavoro, su un figlio, su un compagno.
Volevi un uomo al tuo fianco bello come Brad, fisicato come Daniel e affascinante come Leo? Beh, non lo sai gestire uno così, beccati il dirimpettaio senza capelli.
Adesso lo sai, sorella, basta illusioni. 



Ora se cambiamo idea, se capiamo di aver sbagliato, se abbiamo intrapreso una strada che non era proprio quella giusta - Ma pensavo fosse la mia! - rischiamo tantissimo.
Oggi, in una società in cui a trent'anni sei troppo vecchia per fare la stagista, ma non hai ancora competenze per essere una manager, -Cazzo, mi sono laureata da poco, ho fatto 6 stage non pagati, datemi tempo -, ma non ce l'hai tempo, babe. 
Non ce l'hai perche a trent'anni ti vogliono fuori di casa, e fotte se guadagni 700 euro e lavori come cameriera il weekend. Non ce l'hai perché a trent'anni sarebbe bello fare un figlio, Ma del contratto decente se ne parla l'anno prossimo ok? Ah, per l'anno prossimo intendono il 2016.
Non ce l'hai perche se decidi che sei fighissima e ti apri la partita IVA Così posso avere un sacco di clienti, poi il primo che ti offre un lavoro e uno stipendio da denuncia, ti informa anche che, nonostante la tua indipendenza sulla carta, di fatto sei legata a quella cazzo di sedia, e se ti va bene, bene, altrimenti fuori c'è la fila.
Non ce l'hai perché assumeranno un inglese/tedesco/americano laureato a 23 anni, che parla 3 lingue e va da sé, che ti farà un culo così.
Non hai un cazzo di tempo, a trent'anni, per cambiare idea.

Preghiamo solo che le strade che abbiamo scelto siano quelle giuste, perché all'improvviso, a trent'anni, in Italia, quel chioschetto di Hot Dog sulla spiaggia di Copacabana, non sembra più un'idea da sfigati bamboccioni, un pelo choosy.

Preghiamo che ci vada bene, visto che ormai i tempi per sperimentare sono belli e finiti. Ci rimangono solo tante storie da raccontare.



lunedì 25 agosto 2014

Le trentenni e il sesso. Che Dio ci aiuti.

Chiedo ai miei genitori, ai parenti, agli amici dei parenti, agli scassa cazzi, ai moralisti, ai bigotti, ai repressi e a chi ha tanta voglia di rendermi la giornata difficile, di non leggere questo post.
E' volgare e non vi piacerà.
Grazie.


Non c'è nulla da fare.
Una donna compie trent'anni non solo per notare con desolata passività l'aumentare della sua cellulite, ma per comprendere che in quest'età -in cui dovrebbe mettere su famiglia quando l'unica cosa che vorrebbe è prepararsi per andare a ballare-, i gusti in generale cambiano.
Il nostro corpo non ci permette più di trattarlo come la fogna di Calcutta e noi siamo in media più selettive.
Prediligiamo un'insalata invece che il Crispy McBacon, non solo per non fare la figura in spiaggia di una partecipante di Extreme Make Over Diet Edition, ma perché oggettivamente il Mc Donald's dopo le 3 del pomeriggio non lo si digerisce più.
E anche se proviamo a fare le fighe con le tequila sale e limone sappiamo perfettamente che alla seconda, avremo una faccia da cazzo per le successive 72 ore.
Poi che ce ne sbattiamo e ne beviamo 6, è un altro discorso. La consapevolezza aumenta. E ci frega sempre.
Con gli uomini, ad esempio.
D'improvviso, i bagnini non hanno più quel sapore esotico di conquista, i camerieri sono meno affascinanti e i dj perdono completamente quell'allure che tanto ci fece bagnare in età post scolare.
Ci fanno rabbrividire alcuni approcci al Ciao Bella, stasera è la tua notte fortunata e apprezziamo più un maschio che interagisca con noi parlando di musica ed architettura.
Poi c'è un altro problema che nessuno considera, ma che si fa sempre più scomodo nel mondo delle trentenni single e fidanzate.
A 20 anni eravamo flessibili sotto ogni punto di vista. Sessuale e non. Un ragazzo, se sufficientemente carino da farci perdere il senso del tempo e dello spazio, poteva effettivamente muoversi un po' così, su e giù, a cazzo di cane, che noi comunque eravamo contente.
Non importava se non sapesse la differenza tra clitoride e punto G, perché era già tanto che la sapessimo noi, mica ci permettevamo il lusso di pensare che anche altri avessero le chiavi del nostro paradiso.
Poi, oltre alla consapevolezza che i grassi saturi non valgano come le verdure, abbiamo aumentato anche la conoscenza del nostro corpo e porca miseria, abbiamo iniziato a voler passare la notte con uno che non ci toccasse le tette come se stesse sentendo se l'Avocado è maturo.
Ecco.
Ora, chiedo nel pieno delle mie facoltà mentali, che gli uomini capiscano che ci sono delle cose che fatte ad una ninfetta di 18 anni sono accettabili, oltre quell'età faranno di voi il protagonista di storielle degne dello scemo del villaggio.
Perché alla nostra età, una cunnilingus fatta di merda equivale ad un addio.
Vogliamo essere scopate come dio comanda.
Sennò facciamo da sole.

1. Mani. Le mani vi servono per tante cose utilissime. Non è obbligatorio che entrino nelle nostre mutante. Fidatevi. Se da bambini prendevate un fiore e per sbaglio lo spezzavate, significava che non avevate una grande manualità. Non è cambiato nulla.

2. Allora. Con gli anni la concentrazione diminuisce. Se noi siamo là e vedete che tutto sommato ci sta piacendo, frasi come Girati, Spostati, Chinati, Butta le gambe indietro, Mettiti a cane, gatto,  coniglio, brontosauro, non ci aiuteranno. E dovremo ricominciare da capo. State buoni che il fisico per fare acrobazie non ce lo avete più neanche voi.

3. Se per caso ogni volta che avete praticato del sano cunnilingus la vostra partner del momento nei primi 10 secondi vi ha staccato la testa da lì, dovreste aver appreso che non ci siete portati. Non occorre continuare ad avere conferme.
Non siete capaci. Non succede nulla. Fate altro.

4.  Il dolore. Il dolore è fichissimo in 3 situazioni:
A. Vi chiamate Christian Grey. -In caso di dubbio ve lo dico io, non siete Christian Grey.-
B. E' da un'ora che andiamo avanti e forse, dico forse, il fatto che ci siamo addormentate non è un bellissimo segno, quindi potete pensare di dare colpetti un pelo più forti.
C. Vi chiediamo espressamente Fammi male.
Se non sussistono nessuno di questi 3 casi, vi prego. Siamo donne, non prosciutti da sventrare.

5. Lo sappiamo che YouPorn ha minato tantissimo la vostra sicurezza. Ma credo di parlare a nome di tutte, dicendo che al primo incontro sessuale, le parolacce tenetele per la vostra trombamica che vi conosce e vi apprezza. Non è carino dire cose come Chi è la mia puttana ad una che non sa ancora bene se vuole rivedervi. Il fatto che siamo nude non vi autorizza a mancarci di rispetto.

6. Se decidiamo di essere porche o castigate sono affari nostri e vostri.
Nostri e vostri. Non nostri, vostri e di tutti i vostri amici.
Ci facciamo immaginare volentieri a pecora da voi, non dal vostro fratellino adolescente. Checcazzo, questo è l'ABC. Dovrebbe, almeno.

7. Se abbiamo voglia di fare una cosa la facciamo. E questo vale per la spesa al sabato, per la ceretta e per una fellatio. Stessa cosa vale per voi. Crediamo molto nei pari diritti.
Forzare, o far pesare un vostro sogno erotico che non c'avevamo cazzi di realizzare, fa di voi dei cafoni.


8. Ci piacciono tanto i complimenti. Anche nel frangente sessuale. Tenete presente però che la classe è il miglior lubrificante del mondo. Che bella che sei (con sottinteso, Stai tranquilla ho fatto finta di non accorgermi di tutte le smagliature che hai sul culo), ci piace. Tutto ciò che va oltre è un rischio.
Decidete voi, siete grandi abbastanza.

9. Allora. Sappiamo che siete stati contenti. Abbiamo avuto prove tangibili e scientificamente provabili. Voi invece non lo saprete mai con sicurezza assoluta. E' ingiusto? Sì. Ma è così. Frasi come Ti è piaciuto, post coito non vi aiuteranno a conoscere la verità. Obbligherà solo noi a dover mentire per la seconda volta in pochi secondi. Abbiate rispetto per la nostre intelligenza. E anche per la vostra.

Per il resto state sereni. Andate bene così.

mercoledì 16 luglio 2014

Ciao, sono l'orologio biologico

Pance. Pance ovunque. Pance a punta, pance tonde, pance che pare che abbiano ingoiato un pallone e pance da birra, che fanno molto bebè.
Facebook poi non aiuta. Pance allo specchio, in spiaggia, baciate dal sole e dal fidanzato, pance nate da una notte in un bar troppo affollato, pance rosa e pance azzurre. Pance, perdio. Pance.
E poi. Neonati che nascono, che dormono, che ruttano, che ridono, che sorridono, neonati vestiti in modo imbarazzante, neonati con mamme psicotiche che fanno sapere al mondo quante volte i pargoli pisciano, urlano e non dormono.

E poi, io.

Io che ho una pancia da quinto mese, ma manco un'ecografia.
Io che giocavo prima con le bambole, poi con i lego, e infine con gli uomini.
Io, che in questa miriade di famiglie che si uniscono, non capisco bene dove collocarmi nel mondo.
Io, costantemente in bilico tra formarmi come professionista, o come distributore automatico di bambini.
E' l'orologio biologico, baby.

Quello che mi fa accarezzare la pancia quando ingurgito 2 litri di Coca Cola (non Light, ovviamente) e mi pare sempre che quello che oggettivamente  è ciccia, o più politically correct un ventre curvy,  in realtà si chiami Bianca.
Quello che mi ha fatto passare dal pensare che i bambini puzzino, sporchino e siano un impegno che no, grazie, meglio i party, a Guarda che bello quel bambino, che cuccio carino.
E a differenza di ogni altra nostra fase psycho da pre mestru, questo cambio repentino d'opinione, con annessi ormoni da Pittbull, non dura solo 5 giorni.
Le mie amiche dicono che sì, anche loro, per cui io sto tranquilla.
Ci siamo trovate a spiazzare amici e parenti con frasi come Basta, quest'anno faccio un figlio e tutti di scatto a guardare il malcapitato che ha avuto l'onore di dividere il talamo con noi, lui con una faccia come a dire Giuro, non ne sapevo un cazzo. Non c'ero. Se c'ero dormivo. Se non dormivo ero con un'altra. 
Noi che con lo sguardo lo prendiamo, lo massacriamo di botte e ancora vivo, lo seppelliamo in giardino.
Devi essere dalla mia parte! 
Ma ho già acconsentito al cambio delle tende.
Ti sembra la stessa cosa?
Beh. Beh. 
E unghie che scivolano su specchi troppo lucidi.

Mi dicono che verso i trent'anni capiti un po' a tutte. L'orologio biologico che fino a due anni fa era un taciturno cucù che si faceva sentire circa una volta all'anno, ora è una compilation di granate scoppiate a un centimetro dal nostro orecchio.
E partono previsioni che manco Giuliacci sul dove e quando si inizierà a concepire, Perché il prossimo anno sono 30 e ho amiche che sono già al secondo figlio!
Previsioni da kamikaze incazzato alla E se poi TU non sei fertile? 
Pensieri futuristici Meglio farlo adesso che poi le giunture delle ginocchia non saranno le stesse e vedrai che al nano non riuscirò più a stare dietro.

E il nostro lui smarrito in queste frasi, con in testa un milione di feedback di quando era giovane , spensierato, con l'unico scopo di sfasciarsi di Mojito e fighe a Ibiza.
E soprattutto sa che deve stare zitto, fare sì con la testina e non emettere un suono che implichi parole come Ma, Non So, Sei Sicura, Sono incerto, Ho solo trentasei anni! E se poi non mi ami più e altre minchiate del genere, pena lo staccamento della testa. La sua, ovviamente.

Fermiamoci. Respiriamo.
Non usciamo con mamme entusiaste che ci fanno sentire della adolescenti.
Non usciamo con delle adolescenti che ci fanno sembrare delle vecchie ammuffite.
Stiamo calme e concentriamoci sull'idea che prima o poi arriverà.
E' arrivato uno che ci vuole per più di due notti di fila, arriverà anche un bebè che ci farà pensare amaramente a tutte le estati non vissute a Mikonos, a tutti i viaggi per il mondo che non faremo mai, a quelle notti in cui dormivamo per 12 ore di fila e a tutti i ragazzi con cui limonavamo selvaggiamente.




giovedì 10 luglio 2014

Hai per caso cambiato gusti?

Non c'è niente da fare. I trent'anni mi guardano con occhi ammiccanti come a dirmi Tra poco ci siamo, bellezza ed io capisco che hanno tremendamente ragione.

L'altra sera sono andata in un locale con le mie amiche. Si è avvicinato un cameriere che con sguardo languido di un orso che sta per papparsi un salmone, dice: Cosa ci fanno 3 ragazze così belle da sole? 
Ecco. Noi ci siamo guardate abbiamo sorriso e ce ne siamo andate. Manco una risposta, gli abbiamo dato. Manco un occhiolino, una mano serena sulla spalla come a dirgli Tu non c'entri, siamo noi che siamo stronze. Niente.
E in macchina giù a ridere perchè 10 anni fa per sta frase del cazzo ce lo saremmo portate in branda uno così, prima una e poi l'altra e infine l'altra ancora, o tutte e 3 insieme, che tanto nessuno si sarebbe scandalizzato.
E ora, senza neanche aver sorseggiato un Long Island, imbocchiamo la via d'uscita, oltre al viale del tramonto.
Perché i gusti cambiano e volenti o nolenti dobbiamo farci i conti.

1) L'Artista  
All'università non potevo stare nella stessa stanza con un pittore, uno scultore, o qualunque uomo sapesse fare qualcosa di figo con l'uso delle sue manine, che me ne innamoravo in 5 minuti netti.
L'artista era colui che mi inebriava con i racconti delle sue opere, dei suoi progetti.
Sempre in balìa di emozioni fortissime e dissonanti, era capace di slanci d'affetto e abissi infiniti nell'arco di quattro secondi. Palpitazioni in continuazione, sbuffi al cuore, adrenalina feroce.
Ora li guardo come se fossero un branco di disadattati. Appena uno esordisce con Vivo della mia arte, io subito penso a un sottoponete accogliente per 2, con angolo cottura che dà direttamente sul fiume e una cena a base di avanzi e topi.
Cerco concretezza. Maledizione.



2) Il Barista
Un must. Appena entravamo in un bar, decidevamo se fermarci a bere qualcosa in base al culo del barista.
Quello che diceva frasi ammiccanti per farci consumare un altro Mojito era il nostro preferito ed era anche l'unico che avesse sempre più voglia di noi di fare del buon sesso.
Ora mi sento cretina. Ci ho provato, davvero. Mi avvicino, questo mi guarda e mi dice le stesse frasi che sentivo a vent'anni. E provo un sacco di tristezza. Quindi mi alcolizzo e me ne vado. Da sola.

3) Il protagonista del telefilm. 
Brufoli. Sfiga a palate. Paturnie che manco Dawson Leery. Col cuore tenero e le mutande gonfie.
Lui,  che lo appendevamo ai muri della nostra cameretta, fregandocene se lo scotch avrebbe fatto crollare metri quadrati di intonaco. Chissenefrega, per l'amore questo e altro.
Adesso ammiriamo specie simili che uscendo da scuola in gregge hanno il cavallo dei pantaloni alle caviglie, sbagliano i congiuntivi e pensano che la fellatio sia roba da arbitri.
E noi ci chiediamo come abbiamo fatto a sognare, per anni interi, di limonare con cosi così.

3) Il Buttafuori
Quello che aveva le chiavi per farci arrivare ovunque. Concerti fighi, locali di tendenza, bar sovraffollati. Il salvatore assoluto. Quello da cui andare quando qualcuno ci dava fastidio in discoteca.
Quei bicipiti, quell'altezza da colonna portante, quella schiena pazzesca. Quanto testosterone in un solo corpo. Si avvicinava con quell'andatura da Ercole alle prese con la settantaseiesima fatica.
Ora lo guardiamo e ci sembra sempre che cammini come se avesse un palo nel sedere e ogni volta dobbiamo resistere alla tentazione di non avvicinarci con uno spillo per vedere se riusciamo a farlo esplodere.

4) Il ribelle
L'anarchico. Quello che alle manifestazioni si riempiva la bocca con paroloni come libertà, uguaglianza, fraternità e noi lì, che volevamo andare a letto con sto Robespierre de noartre.
A differenza nostra lui non è cambiato. Dice ancora le stesse cose, con la stessa enfasi, ma sappiamo che ci crede un po' meno.
E mentre noi siamo andate avanti con la nostra vita combattendo battaglie tutti i giorni, lui è lì, a lamentarsi per la carta igienica che costa troppo, smanioso di occupare l'ennesimo centro sociale insieme a teenager che potrebbero essere figli suoi.
Una disperazione.

5) Il partecipante ai reality
Ci sembravano tutti belli, grandi e famosi.
Morivamo dalla voglia di farci vedere con qualcuno che fosse stato in tv. Noi, scelte tra centinaia di starlette più fighe e più sceme di quanto eravamo. Un sogno pazzesco.
Ora guardiamo quel molto poco VIP, rendendoci conto che ha parlato per 24 ore no stop di scoregge e di tragedie familiari, che nel reality di turno tra i lombrichi che si mangiava e la lista della spesa da fare si trombava la shampista analfabeta, all'idea di uscirci in pubblico ci vergogniamo come ladre.

6) Il bullo del quartiere 
Moccia ha mietuto delle vittime. E non ditemi di no che tanto non vi credo.
E con Step ci abbiamo ricamato trame di tessuto che manco la nostra sarta. Bello, affascinante, cattivo e redento.
Quanti bad boys abbiamo provato a salvare? Io circa centouno.
E alla soglia dei trentenni ho capito che lo stronzo non si trasformerà mai in orsetto lavatore.
E se vedo uno che si scalda come una teiera e passa alle mani in zerodue, io provo tanta tristezza per la sua mamma.
Che ci volete fare, ormai riesco ad identificarmi solo con le mamme.

Ora ci piacciono gli artisti famosi che espongano magari a New York, i baristi part-time, che durante il resto del tempo si dedichino a battaglie sociali per i diritti dei gay, qualche partecipante a serie televisive dedito al teatro impegnato e magari un ex buttafuori, che abbia mantenuto i suoi magnifici bicipiti, ma nel tempo libero salvi le foche in Antartide con GreenPeace.

Abbiamo cambiato gusti sì, ma siamo anche più selettive, più schizzinose forse- se si può- ancora più confuse e l'impiegato che faccia l'impiegato e basta ci fa schifo.
Deve essere un po' tutto, sennò sai che noia.

Manco a dirlo era più facile a vent'anni quando i cantanti erano cantanti -al massimo studenti-, i rappresentanti d'istituto amavano solo la politica, i calciatori correvano dietro a un pallone, mica fondavano società e mantenevano baby squillo.
Checcazzo.




lunedì 23 giugno 2014

Tutti i corteggiamenti della mia vita

Tutti i corteggiamenti della mia vita.

Nessuno.

Ieri ero con la mia mamma e si parlava della miriade di uomini che l'hanno corteggiata.
Chi con gesti plateali. Chi con dei fiori che fanno sempre una porca figura. Chi con bigliettini. Chi con serenate.
Ebbene si. Serenate.
Ad un certo punto lei si gira e mi dice: "Chissà quanti hanno corteggiato te"
"Manco uno, mami".
Il che lei inizia a guardarmi come se 29 anni fa avesse partorito una tartaruga gigante di rara oscenità e non se ne fosse mai accorta.  Ha fatto quella tipica espressione da mamma dilaniata da un dubbio atroce Non l'avrò mica fatta brutta? E' scema? E' colpa del culo grosso? 
Ci ho messo un po' a farle capire che come negli anni '80 andavano di moda le spalline delle dimensioni di un armadio 4 stagioni e ora non se ne vedono più in giro, così sono scomparsi i maschi romantici. Con la differenza che le donne della mia generazione sanno perfettamente che questa specie di Home ex Sapiens, lo fu un tempo,  non tornerà mai di moda.

La verità è questa. Io non sono mai stata corteggiata.
Un ex, a essere sincera, fece una cosa dannatamente tenera.
Durante il nostro primo weekend a casa sua, scrisse il mio nome sul pavimento con petali di rosa e mi costruì un baldacchino, sapendo quanto io fossi -soprattutto all'epoca- fottutamente Disney addicted.
Dico costruito nel senso di costruito. Le sua manine, sega, legno, chiodi, non so quale altra diavoleria abbia usato, o quante ore abbia passato a guardare Extreme Makeover Home Edition, ma il risultato fu superbo.
Però non conta, perché già gliel' avevo data e perché lui era terrone.
Il romanticismo al Sud è come gli occhiali specchiati al Nord. Ce l'hanno tutti, non fa testo.
La tragica verità, è che, appunto, io non sono mai stata corteggiata.
Nessun gesto d'amore folle, nessuna plateale dichiarazione, nessuna frase da Telefilm alla Se non sarai mia che senso avrà continuare a vivere?


Io nella mia vita, ho fatto un paio di cose spudorate per far sapere ad un uomo che ero interessata. Diciamo anche presa.
All'università organizzai una sorpresa a uno con cui stavo uscendo. Decisi di citofonargli alle 4 del mattino con due brioche appena sfornate e il mio reggiseno migliore. Mi sembrava una cosa romantica. E gli averi pure regalato del gran sesso.
Lui era a letto con un'altra e io mi mangia due cornetti alla faccia loro. 

La seconda volta mi presentai in un bar sui Navigli dove lavorava un cameriere con cui c'erano stati un paio di limoni, ed io ovviamente ero in quella situazione in cui razionalmente sapevo che non mi potevo permettere manco un castello in aria, ma emotivamente già pensavo se per il nostro matrimonio mi sarebbe stato meglio l'abito modello sirena, o quello di pizzo con la gonna ampia.
Arrivai in questo locale fighissimo. Lui mi accolse con un tenero Cosa ci fai qui. Sto lavorando. 
Io e il mio ego ce ne tornammo a casa distrutti.
L'unica sirena a cui pensai in futuro fu quella che canta In fondo al mar, c'è la sardina fa una moina, c'è da impazzirrrrr.

Successivamente ho capito che se noi donne commettiamo gesti plateali e fiabeschi, veniamo spesso scambiate per pazze psicopatiche che al primo No grazie stasera vado al cinema con mia mamma,  siamo pronte a bruciargli casa e rapirgli la sua sorellina.
Facciamo la parte delle disperate in cerca di marito come neanche i Templari in cerca del Sacro Graal.

In compenso posseggo (possediamo) una libreria stracolma di libri che avrebbero, con un ottimismo da premio Nobel, dovuto insegnarmi come non cedere subito al primo appuntamento, come non essere spaventata da un innocuo Mi dai il tuo numero? Anzi no, hai Twitter?, come provocare senza sembrare una sgualdrina.
Ci dicono che gli uomini sono cacciatori e noi dobbiamo fare le Mammut e fuggire, così sarà sicuro che verremo rincorse; ci suggeriscono di aspettare che un uomo si sbatta a corteggiarci così appariremo trofei ambiti, ci ricordano che Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. 
Quello che si dimenticano di dirci gli autori, è che non ce la tiriamo dopo un corteggiamento, per il semplice fatto che il corteggiamento non sussiste.
Non esiste. Si è istinto. Come i dinosauri e gli zigomi naturali della Ferilli. 
Per cui possiamo stare serene.

Ho la sensazione che nell'era moderna e tecnologica, tra i maschi medi sia in auge una regola ferrea. Non fare capire ad una donna che si è interessati, perché se lei decide che no, quell'uomo non fa proprio per lei, l'uomo in questione vorrà morire e sprofondare.
Magari ha passato l'adolescenza a guardare film avventurosi, per poi farsela nelle mutande davanti ad un No, grazie.
Meglio quindi non rischiare e mandare degli input.
Che non impegnano mai.
Un invito a cena frettoloso, un like ad uno status di Facebook, un poke (ebbene si, esistono ancora i poke e gli uomini che li utilizzano), e se proprio proprio il tipo è un temerario, può commentare una nostra foto azzardando anche un complimento seguito da numero 2 di punti esclamativi.
Che fortunatissime, che siamo.
E pensare che gli uomini che rischiano, che lottano, che corteggiano, che ci dedicano canzoni e film, che cucinano per noi, li troviamo assolutamente irresistibili.
"E' un mondo all'incontrario", ha detto ieri mia mamma.
"Già!"
"Ma no aspetta. Che fine ha fatto quel bambino bellissimo che a 10 anni ti mandava delle lettere d'amore?"
"Ora è gay".
"Ah."


martedì 3 giugno 2014

La convivenza e il tiramisù mai riuscito

L'altra sera ero con le mie amiche e parlavamo di convivenza.
C'è chi pensava che fosse una prova inutile, chi reputava invece che fosse fondamentale per conoscere bene chi ti sta vicino.
Io me ne sono stata un po' in silenzio, ho ascoltato le opinioni altrui, e per la prima volta in vita, ho taciuto per almeno 30 minuti, prima di vomitare anni di ideologie, assetti psicologici, smaronamenti culturali. 
Poi chiaro. Mi sono scatenata con un fervore che manco Spartacus in arena.

La convivenza si, è una prova. Una prova d'amore, di rispetto, di complicità.
E' un 50% di possibilità che sia un successo. Esattamente come ogni altra cosa nella vita.
E poiché si parla d'amore, è una prova che vale doppio, dove sulla bilancia del raziocinio ci sono i sentimenti. Escusaseèpoco.
Per questo motivo, dare una connotazione negativa al termine Prova, credo sia una cosa quanto mai bislacca.
Io provo a fare il tiramisù in casa, e non ci riesco mai. Perché il monologo della dietologa No zuccheri, cazzo! mi riecheggia nel cervello, e perché i savoiardi riemergono come un vecchio relitto abbandonato sotto strati di mascarpone. 
Provo a farmi la ceretta da sola, e alla quarta madonna che urlo, con la gamba piena di cera appiccicosa, vado a farmi salvare dall'estetista sotto casa.  
Provo ogni anno ad abbandonare l'idea dei leggins in agosto sotto i vestiti lunghi, ma no, non ci riesco mai, perché quei leggins mi fanno sentire più magra, e ognuno di noi ha le corazze che si merita.
Ma non convivere perché no, le prove in amore non vanno bene, è un concetto che mi fa arrabbiare tantissimo.

Innanzitutto noi siamo donne. E creiamo prove anche quando si tratta di testare la fedeltà del pasticcere.
Ci iscriviamo a una seduta prova di massaggi Shiatsu prima di fare l'abbonamento.
Proviamo il corso di pilates, il nuovo istruttore di nuoto, la babysitter, e prima di essere assunte siamo costrette a 6 mesi di prova a 500 euro al mese, prima di avere la speranza di un contratto dignitoso.
Con un uomo siamo anche peggio. 
Siamo quelle del Non chiamo io così vediamo se lo farà lui.
Non gli dico che lo amo per prima e scopro quanto ci mette spontaneamente a dirmelo.
Ci esco a cena e cronometro quanto passa prima di smettere di ascoltarlo e iniziare a pensare al mio ex, che lui si, era piacevole.
La nostra vita è costellata di prove che subiamo e infliggiamo.
Però se si tratta di convivenza non capisco perché l'idea sia insensata. Meglio buttarsi subito dal precipizio e vedere se siamo capaci di volare.
Poi se non ci riusciamo, moriremo, che vuoi che ti dica. 
Io questi tentativi suicidi li trovo assurdi.

La convivenza è un'esperienza bellissima o terrificante che ti fa conoscere realmente chi hai davanti. 
Vogliamo chiamarla prova? Concorso a premi? Contest? Talent Show?
Fottecazzo. 
Io la trovo fondamentale.
Il premio finale non deve essere il matrimonio, che chissenefrega dell'abito bianco -che mi ingrassa oltretutto- ma la serenità familiare. 
Trovo che abbia dei vantaggi incredibili.
- Saprai se lui è soggetto a sbalzi umorali (e ormonali) degni di Hulk.

- Saprai che se avrai una voglia sessule impellente ci sarà lui a soddisfarla evitando di mettersi in macchina alle 3 di notte.

- Saprai prima di esserti impegnata In salute e in malattia, ogni quanto capita la sua mamma a casa senza preavviso minimo ( che io stabilisco essere di una settimana).

- Saprai se ti sopporterà anche quando sarai nel mood del Donne dududu in cerca di guai.

- Saprai se cambierà il rotolo della carta igienica da solo, o aspettarà che germogli come il rododendro.

- Saprai la misura della sua puzza, e i tempi con cui deciderà se e quando lavarsi.

- Saprai se ha vizi imperdonabili come il poker online o la chattata con la cara amica polacca a notte fonda.

- Saprai se russa, e di conseguenza potrai pianificare prima del mutuo quarantennale due camere separate.

- Saprai quanto vi divertite nella quotidianità, e dal mio punto di vista, una relazione funziona bene se ci si diverte.

- Saprai se è uno che ti aiuta con le bollette e non uno che ti dice Anticipa tu, poi facciamo conti.

- Saprai se dopo una litigata ti terrà il muso per 78 ore continuative o sarà un pelo meno scassacazzi.

- Saprai se avrà voglia di aiutarti con la spesa, o se sarà uno che alla parola Supermercato sparirà come un uomo medio post coito

Poi. Se sono rose tradizionali andranno all'altare, se sono rose moderne continueranno nell'idillio delle coccole al sabato e delle pulizie alla domenica, se sono tragedie finiranno. E stop.
Prima di aver speso millemilla euro per un matrimonio, aver coinvolto i cattolicissimi parenti del Sud, aver infranto i tuoi sogni di bambina, ed evitato di dire Lo voglio a frasi senza senso come: 
 In ricchezza o in povertà, fino a che morte non vi separi.
Che oltre a portare sfiga, me par pure una condanna.
Amen.

lunedì 24 marzo 2014

La verità, vi prego, sui limoni

Il mio primo bacio fu dato a 13 anni, in un sottoscala buio e polveroso del patronato.
Avrei dovuto capire che questo era un messaggio di Gesù che mi diceva che la mia vita sarebbe stata costellata da limoni di merda.
Il mio canino fu letteralmente stuprato, e il mio labbro inferiore fu colto da paresi per i successivi due giorni. Ricordo anche che rischiai un semi soffocamento perché il tizio aveva deciso di essere il protagonista di Esplorando il Corpo Umano, e la sua lingua doveva per forza arrivare al mio esofago.
Una cosetta deliziosa, per intenderci.
Ma ero giovane. E fiduciosa sul fatto che si potesse migliorare.
Lui non solo non migliorò, ma mi mollò per telefono esattamente 12 giorni dopo.

Quando il mio canino si fu psicologicamente ripreso dallo shock, decisi che bisognava per forza riprovare.
E divenni una vera e propria fan dei limoni.
Seguendo il pensiero altamente filosofico del Un limone non si nega a nessuno, e del Limonare fa curriculum, iniziai con mestizia e testardaggine questa attività per la quale nessuno mi avrebbe mai dato un centesimo.

Questo è l'anno dei 29, e le cose dovrebbero essere molto facili.
No. Ovviamente. Sennò mica lo scrivevo, questo post.
Certo, ho incontrato anche io grandi limonatori, di quelli che mentre baci le gambe ti tremano, quelli dei brividi dal collo al tallone, quelli che ti fanno bagnare anche i pensieri, ma va detto, la percentuale non è a loro favore. Quanta amarezza.

Quindi.
Vi scrivo cosa non va assolutamente fatto. Perché a quasi 30 anni, già è un mondo difficile. Già non sappiamo bene se sposarci o unirci al Circo. Già siamo indecise se telefonarvi e rivedervi, o farci chiudere la patonza con ago e filo per non cadere più in tentazione.
Anche che si limoni di merda no. Abbiate pazienza.
A quasi 30 anni abbiamo il sacrosanto diritto di ricevere dei baci decenti.

1. Avete una bocca. Non il tunnel del Monte Bianco. Non occorre aprirla e farci vedere quante carie avete curato dall'infanzia ad oggi.

2. Noi donne, creature soprannaturali quanto gli unicorni, respiriamo con 2 cose. Con il naso, e con la bocca. Se il vostro naso si appiccica al nostro e la vostra lingua ha decido che vuole esplorare il nostro cavo orale, noi diventiamo blu, e moriamo. Sappiatelo e regolatevi.

3. Ciucciare le labbra stile Pascale con il Calippo, va bene. Ma poiché non siete posseduti dallo spirito di un Folletto di ultima generazione, vi pregherei di non aspirarci la bocca. Perché fa vagamente cagare. Abbiate pietà. Ve l'ho già detto che è un mondo difficile?

4. Le mani che ci tengono la testa fissa contro la vostra faccia, crea panico. Asfissia. Claustrofobia.
E già che ci siamo, ne approfitto per dire che non è carino farlo manco durante la fellatio.

5. Labbra serrate stile criceto, nun se possono vedè. Magari anche pronunciate un pochino in avanti.  Deliziosi, davvero deliziosi.  Non siete ratti. Per dio.


6. Lingua stile vongola morta. Quando voi uomini aprite la vostra boccuccia e lasciate la lingua lì. Lì. In anestesia totale. Ci sono un tot. di terminazioni nervose che sarebbero felici di essere stimolate. Stimolatele. La lingua non vi cade se la muovete. Provateci. Magari vi piace.

7. I film mentali degni dei migliori premi Oscar.
Scena. Bar molto affollato. Parte un super limone. Con annessa zip del vestito magicamente giù, mentre lui con destrezza di un' orca in una vasca da bagno, cerca di slacciarci il reggiseno. Ehi, amico. Questo è il tuo film. Nel mio, imbraccio un fucile e ti faccio scoppiare quella testa piena di pensieri maiali. Stai calmo, please.

8. Avete presente quando da bambini disegnavate le bocche, che erano sempre un po' spostate rispetto alla realtà? Poiché ora avete 30 anni e non 4, doveste avere capito l'esatta posizione in cui normalmente si trovano. Baciate la bocca. Non lo zigomo, il naso, il mento, perché lasciatemelo dire. Avere uno che ti lecca il fondotinta, è rivoltante. E anti estetico. Per noi.

Noi donne siamo quasi semplici. Ci piace l'happy ending.
Non ci aspettiamo che un limone corrisponda al Vissero per sempre felici e contenti.
Ma neanche Che schifo, vomito.
Siate principeschi. Fateci stare bene. Ci basta anche solo per 10 minuti.
Poi si sa. Che una donna baciata bene, sarà una donna che si spoglia in fretta. Ricordatevelo.


martedì 25 febbraio 2014

Siamo indipendenti o siamo sole?

Nasci.
Cresci un pochino.
Cartoni d'amore.
Storie d'amore.
Romanzi d'amore.
Film d'amore.
Esci con uno.
Uno schifo.
Esci con un altro.
Tragggedia.
Resti single.
Viva l'indipendenza.
Invecchi.
Non ti caga nessuno.
Muori.

La donna moderna ha fin dall'infanzia una serie di stimoli che la porteranno a volere spasmodicamente una famiglia e un uomo da accudire.
Barbie senza Ken non è completa. Via alla Nouvelle Cousine a Natale, la Baby Mia al compleanno e storie strappalacrime che terminano tutte con un bel Happy Ending, durante tutti gli anni che vanno dalla culla alla pubertà, quando Aladdin (povero, cattivo ragazzo, con l'addominale in bella vista), verrà sostituito da romanzetti Harmony, che replicheranno esattamente i cartoni preferiti, con un pizzico di cunnilingus in aggiunta.
Poi succede.
E ci risvegliamo a 25 anni che capiamo che qualcosa deve esserci sfuggito.

Abitiamo da sole, gestiamo una casa, appendiamo i quadri senza creare mondi paralleli dall'altra parte della parete.
Siamo leggere, ma non superficiali.
Siamo quelle che guardano Sex and the City e amano Samantha Jones.
Siamo quelle che l'Enel ce lo paghiamo da sole, mica 50 e 50.
Siamo quelle che tra Soldato Jane e quella squinzia di Colazione da Tiffany, tutta la vita la cazzuta pelata.
Siamo quelle con la valigia sempre pronta e il cuore in subbuglio.
Siamo quelle che se attuassero tutto quello che hanno in mente, sarebbero più pericolose di Dexter.
Siamo quelle che si commuovono quando conoscono maschi carini ed eterosessuali. 
Siamo quelle del bucato solitario al sabato, e se la lavatrice si rompe c'è dio Google ad aiutarci.
Siamo quelle che il "per sempre" non se la sentono di prometterlo neanche a Fastweb, figuriamoci ad un uomo.

Siamo quelle del: Si, tu vai dove ti porta il cuore. Io aspetto al bar.
Siamo quelle a cui la notte non porta consiglio. Ci ricarica solo il cellulare.
Siamo quelle che limonano tranquillamente con chi è vestito meglio di noi.
Siamo quelle che le amiche sono un pezzo di cuore.
Siamo quelle che tra un maschio noioso e una colonscopia, votano per la colonscopia.
Siamo quelle dell' Andrà tutto bene.
Siamo quelle che davanti ad un'invasione di zombie, imbracciano in fucile e sopravvivono.

Perché siamo fottutamente indipendenti.
Scegliamo l'università che più ci ispira, viaggiamo da sole, decidiamo quanti uomini provare in un mese, e ci sentiamo le padrone del mondo.
Siamo quelle che i nostri spazi sono sacri.
Siamo quelle che non cucinano per un uomo, al massimo un uomo può cucinare per noi.
Siamo orgogliose di noi stesse, perché ci dissero che avremo potuto essere chi volevamo.
E noi abbiamo scelto di prendere in mano la nostra vita, e fare quello che più ci aggrada.
E sullo slogan de il corpo è mio e faccio quello che voglio, abbiamo acquisito anche una svariata propensione al mignottaggio e all'indipendenza sentimentale.
Ci rattristano in maniera vergognosa quelle femmine medie che piuttosto che sole meglio fidanzate, o quelle che quando hanno 5 minuti di noia, sbavano come Terranova all'idea di trovarsi un partner.
Noi no.
Noi ce lo scegliamo come e quando vogliamo. E se ci piace tanto tanto bene, sennò affanculo.
La relazione più importante la creiamo con il nostro amico Vibro, e abbiamo la consapevolezza che nessuno ci amerà mai come il nostro cane.
Tutto bene quindi.
'Nsomma.

Gli anni passano, e al quarto Natale di fila che ci auto regaliamo un lupetto color ocra, capiamo che qualcosa è andato storto. Che al sedicesimo party a cui andiamo da sole, più che indipendenti passiamo per ubriacone che non vogliono rinunciare al free drink.
Le amiche si accasano.
Ma noi siamo ferree.
Se non ci innamoriamo, nessun pisello potrà varcare la soglia di casa nostra per più di due notti di fila.
Una fermezza che manco un generale delle SS.
Poi una domanda inizia a pesarci in maniera terribile: Siamo indipendenti o siamo sole?
Quanto ci manca perché il nostro cuore si inaridisca completamente?
Da indipendente e figa a puzzona e gattara, quanto ci vuole?
Ogni tanto prima di dormire pensiamo che forse non era esattamente questo, quello che ci auguravamo per noi, da bambine, e che forse la felicità consiste nel sapere con chi invecchiare.
Ci ritroviamo a fumare una sigaretta contro vento e capiamo che due boccate sono effettivamente troppo poche per essere soddisfacenti. Che i piaceri dovrebbero avere un equilibrio.

E allora a questi maschi strani, decidiamo di dare una chance.
Rimaniamo indipendenti e cazzute. Il giardino ce lo puliamo da sole e la casa ce la arrediamo come piace a noi.
Ma magari, tra una riunione, la spesa, le amiche, e la Zumba, ci possiamo dare la possibilità di avere qualcuno che capisca come siamo, che non sia terrorizzato da noi spadaccine moderne, taglienti e terribilmente sarcastiche.
Qualcuno che ci lasci fare la valigia quando vogliamo andarcene, e che ci aspetti a casa quando torniamo. Perché poi, siamo quelle che spesso tornano.

Vorrei vedere donne indipendenti, non succubi dell'uomo a cui immolano la propria dignità, femmine dai cuori di ghiaccio fuso, compagne e amiche dell'uomo, libere e sincere. Vere.
-Charles Bukowski-











martedì 4 febbraio 2014

Donne sull' orlo di una crisi d'età

Tra 5 mesi compirò 29 anni.
Che bell'età. Che bell'età del cazzo.
Mia mamma, l'altro giorno mi ha beccata mentre tristemente tiravo su le rughe della fronte. Tipo che se avessi avuto delle forbici e della colla, avrei combinato un casino.
Comunque. Lasciatemi spiegare perché i 29 sono un'età di merda.

I miei anni d'oro si sono svolti in una Milano entusiasmante, dai 20 ai 25 anni.
Condividevo un bilocale sui Navigli con due fulminate, la mia famiglia.
Bibi mi iniziò ai piaceri del vino, Elena ai piaceri della carne.
Non andavo a letto con Elena, sia chiaro, ma lei, circa il secondo giorno di convivenza, non ebbe nessun problema nel dirmi che dovevo darla via in maniera agguerrita.
Ed io presi questo suggerimento un pelo troppo sul serio.
Furono anni confusi.

Ricordo che dormivamo poco, e raramente da sole.
Ricordo di gente che entrava e usciva da casa, mai vista prima, e mai vista più.
Qualcuno trovato in un locale, che saliva per fare pipì, o che voleva un divano su cui recuperare le forze.
Ricordo che studiavamo di notte, perché di giorno pareva brutto, e di notte faceva figo.
Ricordo di sveglie abilmente ignorate alle 3 del pomeriggio.
Le sveglie non vanno mai ascoltate, all'università.
Si ha tutta la vita per rispettare orari indecenti.
Ricordo di partite a nascondino in strada, alle 4 del mattino.
Ricordo di cene, terminate con uno stravagante coma etilico. "Chiamo un'ambulanza? "Non dire minchiate e dammi del Prozac"
Ricordo di ottime e vane intenzione sul fare le pulizie.
Ricordo di animali, uomini sfacciati, e uomini che hanno provato a farci innamorare. Mai contemporaneamente però.
Ricordo di feste e di autostop.
Ricordo di loft di artisti e di canzoni cantate saltando sul letto.
Ricordo di materassi attaccati, perché dormire da sole a volte faceva paura.
Ricordo di preghiere. Tantissime preghiere. "Dio ti prego fa che mi chiami. Dio ti prego, se mi fai passare l'esame non limono più come un mignottone. Dio ti prego fa che questo non le abbia passato l'AIDS, che dalla faccia non si sa mai. "
Dio comunque era nostro amico. E miracolosamente ci ha sempre mantenute vive e in discreta salute.

Questa dei quasi 29 anni-porca-troia-sono-tantissimi- è un'età ridicola.
Prima era più facile.
Quando le parole erano parole e al massimo ci mettevi dentro un fottecazzo, e tutto era più chiaro, senza termini come selfie, o hipster, che ci fanno sembrare un branco di ritardati.

A 28 anni e mezzo sei in quel limbo atroce dove la metà dei tuoi amici stanno figliando e l'altra metà pensa Manco per il cazzo che mi metto una in casa, che non sia la colf.
Una metà sta prendendo dei master fighissimi in giro per il mondo, facendo bellamente ancora la vita dello studente, e quell'altra metà è manager d'azienda.
Una metà ha una casa propria con relativo muto-mi-paghi-per-quartant'anni-tiè- e l'altra metà non molla la mamma nemmeno se lei promette che non si suiciderà, e continuerà a fare il bucato per la prole avventurosa almeno due volte la settimana.
Una metà dice Ho quasi trent'anni devo mettere la testa a posto. E l'altra metà, Sto invecchiando meglio che continui a spaccarmi prima che arrivino i calcoli renali, la sciatica e addio party.
Questo è poi il dilemma.
Non ci è dato sapere quando è troppo presto e quando è troppo tardi.
Stiamo perdendo tempo o ce la stiamo vivendo un casino?
Non ci è dato sapere nulla.
Pensi ingenuamente che a quasi trent'anni esista una consapevolezza.
Col cazzo. Io, l'unica consapevolezza che ho è che un giorno morirò, e che Rossella avrebbe dovuto scegliere Rhett, e lasciare in pace quel piagnucoloso di Ashley, che non la meritava, per dio.
Non ho nemmeno consapevolezza sul mio gusto estetico.
Quando all'università arredavo casa c'erano due opzioni: o il mio appartamento era figo, o sembrava che avessi rubato la moquette ad un centro sociale. Due erano le alternative.
Ora sento cose come " Non male il salotto, molto shabby chic".
Che cazzo vuol dire shabby chic? Fa cagare? Ti piace un casino? Dimmelo su.
Nessuno mi dice nulla, ma tutti, con adorabile mestizia tipica di uno che ti sta per infilare un coltello tra le costole, mi ricordano
che ho quasi trent'anni.
E' vero. Ho quasi trent'anni.
E come diceva qualcuno: fino a quando la mie età inizierà con il numero 2, avrò ancora il diritto di essere scema, e il dovere di essere soda.
Sulla seconda ci sto lavorando. Giuro.